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Antibiotici, 50% consumo in Italia è negli allevamenti

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Pubblicato da in Enogastronomia · 21 Settembre 2019
Gli antibiotici regnano sovrani nei piatti degli italiani, alimentando la farmaco-resistenza, tanto che le infezioni ospedaliere nel nostro Paese sono continuamente in crescita.


Il Italia il 50% del consumo degli antibiotici avviene negli allevamenti di polli, tacchini e suini. Un abuso che ha diffuso il problema dell'antibiotico resistenza nel settore animale. E' quanto emerge dai dati del Piano Nazionale di Contrasto dell'Antimicrobico-Resistenza presentati in uno studio del Policlinico Gemelli, pubblicato sulla rivista Igiene e Sanità Pubblica, da cui emerge che il fenomeno dell' antibiotico-resistenza può essere aggravato dalla trasmissione di batteri dall'animale all'uomo tramite contatto diretto o attraverso il consumo di alimenti.
La ricerca che passa in rassegna i dati fino ad ora pubblicati sul tema, sottolinea come la salmonella mostri già la presenza di ceppi resistenti a più antibiotici così come E. coli, presente nelle più comuni specie allevate in Italia (tacchini 73,0%, polli 56,0%, suini da ingrasso 37,9%) e nell'uomo (31,8%).


"L'antibiotico-resistenza - spiega Walter Ricciardi, professore ordinario di Igiene generale e applicata all'Universita' Cattolica - viene messa in moto anche da alterazioni indotte dall'alimentazione degli animali che mangiamo". Attraverso pollame, uova e carne di maiale (compreso il prosciutto e tutti gli altri derivati), si ingeriscono "pezzi di genoma modificati - continua - che ed entrano nel genoma di chi li mangia". In pratica il fenomeno dell'antibiotico resistenza si trasferisce dall'animale all'uomo, con il risultato che a livello ospedaliero, dove affluiscono tutti i pazienti con infezioni incurabili, "l'Italia rispetto agli altri paesi della Ue continua a peggiorare"


Ricciardi, Italia maglia nerissima su antibiotico-resistenza
"Sull'antibiotico-resistenza l'Italia ha una maglia non nera, ma nerissima". E' quanto afferma Walter Ricciardi, ordinario di Igiene e Medicina preventiva dell' Università Cattolica di Roma, commentando i dati relativi l'abuso di questa classe di farmaci negli allevamenti del nostro Paese. "Il problema - sottolinea - è che il Piano del Ministero della Salute sull'antibiotico-resistenza varato nel 2017 finora è rimasto sulla carta".
La situazione è macchia di leopardo non solo a livello regionale, ma a livello delle singole Asl, che poi sono le reali responsabili dei controlli. Risultato: nonostante una legge internazionale e una nazionale che autorizzano l'uso degli antibiotici negli allevamenti solo in caso di necessità e con protocolli e controlli molto rigidi, in Italia "vengono somministrati anche agli animali sani a scopo preventivo", denuncia Ricciardi.
"Bisogna coinvolgere - aggiunge - i manager delle strutture ospedaliere, i medici, i veterinari e gli allevatori. Se esiste una legge che vieta di prescrivere antibiotici agli animali se non sono malati, è chiaro che asl e veterinari devono controllare. E' una questione di salute pubblica, il meccanismo deve partire". L'obbligo della ricetta elettronica veterinaria per i farmaci per gli animali, scattato a metà aprile di quest'anno, "potrebbe essere un valido deterrente, ma - conclude - non bisogna scordare che c'è un fiorente mercato d'importazione parallelo illegale di antibiotici che viaggia su internet".


Rispetto agli altri Paesi europei, le vendite di antibiotici negli allevamenti italiani “restano elevate”, nonostante un calo del “del 30% tra il 2010 e il 2016”. Questa situazione secondo la Commissione Ue è indice di una scarsa consapevolezza sui rischi dell’abuso di antibiotici.
Nel rapporto, poi si sottolinea, che ai veterinari è consentito somministrare antimicrobici solo per l’inizio dei trattamenti. Nella promozione delle vendite di antibiotici agli agricoltori, tuttavia, svolgono un ruolo importante gli sconti e incentivi proposti dalle case farmaceutiche, rileva la Commissione Ue.


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